Mediterraneo, l’antico fascino messo a nudo

Gazzetta del Mezzogiorno

27 Agosto 2009 – I giovinetti di Taormina (luogo in cui il tedesco estetizzante visse e morì nei primi ‘900) nelle nudità efebiche, che rifanno il verso a un passato greco. Le ragioni della continua attrazione di queste patetiche stampe all’albumina. La crisi di un’aristocrazia intellettuale europea e il ritorno del Kitsch.

Gazzetta del MezzogiornoSono approdati a Capri i giovinetti che il barone-fotografo tedesco Wilhelm von Gloeden mise in posa nella sua casa-atelier a Taormina tra fine Ottocento e primo Novecento, addobbandone i corpi lisci con pepli greci, corone di fiori di calla, pampini di vite, corni di capelli, con brocche o cetre, oppure in statuarie nudità efebiche. Componendoli in studiati tableaux vivants, isolati, a coppie, in gruppi, su terrazzi o su scogli, tra fichidindia e colonne ioniche, capitelli corinzi. Improbabili satiri, ninfe, baccanti, attori di un sogno di Eros ai limiti della pedofilia, sospeso nella finzione di una scena «mediterranea» in cui il mito della bellezza greca confluiva in estasi di natura. Non esitando peraltro a ibridarsi con la moda dell’esotismo coloniale e orientalista, tuniche arabe e pelli di leopardo. È ben noto, ed ampiamente discusso, questo singolare apparato di fotografie che esercita una rinnovata fascinazione da quando la postmodernità, da Warhol in poi, ha legittimato gli statuti del Kitsch . Senza dire della diffusione ed estensione della cultura omoerotica europea (eviterei il sentore frivolo che emana dal termine «gay») in quel passaggio di secolo, fra brividi simbolisti-decadenti, da Huysmans e Wilde sino a Proust. La mostra promossa dalla neonata Fondazione Capri è forte di un centinaio di pezzi provenienti dall’imponente archivio di lastre e stampe di von Gloeden confluito nelle raccolte museali dei Fratelli Alinari, la storica casa fiorentina. È curata da Italo Zannier, storico della fotografia e fotografo anche lui, curatore anche della edizione che si tenne nel 2008 a Milano per iniziativa di Vittorio Sgarbi (fu l’ultimo caso che sancì la rottura col sindaco Letizia Moratti).

Ma la versione caprese vanta una sede che accresce di intrecci significativi la vicenda. Si tiene infatti nella restaurata Villa Lysis, ora del Comune, in strepitosa location panoramica nei pressi della Villa Jovis di Tiberio. Fu realizzata nel 1905 (in omaggio a Liside, il giovane protagonista di un dialogo di Platone sull’amicizia), in stile fra classico e art nouveau, per il barone francese Jacques d’Adeswald-Fersen, omosessuale militante, che venne a viverci col suo giovane amante, il muratore romano Nino Cesarini. Il suo fotografo di fiducia era il tedesco Wilhelm von Puschow che aveva studio a Napoli, dove smerciava anche foto pedofile. Puschow era cugino di von Gloeden. Il quale a lui si rivolse quando, sceso «per noia» in Italia secondo la tradizione del Grand Tour, decise di darsi «per diletto» alla fotografia prima di stabilirsi, nel 1878, a Taormina; lì visse sino alla morte (1931) mettendo su una attività di fotografo ormai professionale, e di larga fortuna commerciale. Andò a trovarlo da Capri anche il nobile francese, proprio nel 1905, in compagnia del suo muratorino, mentre Gloeden assumeva i figli di pescatori e contadini siciliani, come statue viventi – corpi goffi e natiche sode – in pose apollinee. Ma con ammiccamenti dionisiaci di ardenti occhi neri, sessi maschili in indolente esibizione, e le ragazze (rare) come languide Salomè. Dietro c’era il mondo reale dei loro genitori, il «mondo dei vinti» di Verga. Lo stesso von Gloeden lo rivela, quando – abbandonando i travestimenti da «sceicco bianco» in cui si autoritrasse – fotografava i pescatori di Naxos, o famiglie sui carri agricoli. Alcune di queste immagini sono esposte, insieme con foto del paesaggio siciliano fra mare e campagna sino all’Etna, e persino del terremoto di Messina del 1908. Ampliano opportunamente gli orizzonti di una esperienza tutta inscritta – sottolinea Zannier – nel fenomeno del pittorialismo, il linguaggio col quale la fotografia cercava in quegli anni la sua legittimazione come «arte». Anche assumendo modelli dalla coeva pittura «pompier», come quella del celebratissimo Alma Tadema. Complessa è dunque la vicenda di von Gloeden, della società e della cultura che egli rappresentò, se si fruga nel backstage dei teatrini di cartone. Assolte facilmente (persino dal tribunale di Messina, nel 1941!) dall’accusa di pornografia, tutto fuor che «scandalose» (figuriamoci oggi), le sue immagini non appaiono però «ingenue» come sostiene tuttora Sgarbi, mentre Zannier parla di «casta archeologia ». È vero: nel 1978 Roland Barthes scrisse che «le sue ingenuità sono grandiose come prodezze ». Ma parlava l’autore dei Frammenti di un discorso amoroso, uno dei più sofisticati testi della letteratura omoerotica.

Da queste patetiche stampe all’albumina esala piuttosto la crisi di una aristocrazia intellettuale europea che cercava nell’estetismo dandy, nel paganesimo trasgressivo, risposta e rifugio alla sua condizione ormai borderline. Spesso sfociante nel dramma. Nella «camera dell’oppio» di Villa Lysis, dove ora trionfano le foto di von Gloeden e del cugino, il barone Fersen si tolse la vita nel 1923 con una overdose di cocaina. Sul frontone della villa aveva fatta incidere la dedica «Amori et dolori sacrum»: (luogo) sacro all’amore e al dolore.

Pietro Marino

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