Sicilia, nostalgia dell’Eden

Gazzetta Del Sud

20 settembre 2009 – Taormina e il suo grande barone-fotografo Wilhelm von Gloeden sono al centro della bella mostra promossa a Capri dalla neonata “Fondazione Capri”, dal titolo “Dionisio a Villa Lysis. La fotografia di Wilhelm von Gloeden”. Un’occasione importante che permette a studiosi e visitatori di immergersi dentro 150 fotografie e tanti reperti d’epoca del creatore della fotografia arcadica e mitologica facenti parte del fondo della Società Alinari-Sole 24 Ore.

La Gazzetta Del SudUn viaggio dentro e oltre la figura di questo autentico pioniere dell’arte fotografica, che nel 1878, ad appena vent’anni, scopre nella Taormina immersa magicamente tra cielo, mare, arte antica e natura rigogliosa l’humus ideale per dare vita un percorso unico e straordinario di trionfo della mediterraneità che affascinerà intellettuali di tutta Europa. Nell’approfondita prefazione al catalogo della mostra lo storico Italo Zannier parla acutamente di un «corsaro d’immagini», di «sogno archeologico» e di «nostalgica fotografia», rilevandone i caratteri peculiari, di autore audace e all’avanguardia con i suoi nudi ancestrali, magici, campestri, sempre abitati da un’ «ironica, ingenua ma accattivante poesia». La mostra illustra questo mondo artistico scandito da fotografie che sembrano scattate come un lunga pellicola girata tra i ragazzi taorminesi che sotto il suo obiettivo diventavano figure senza tempo, creature sospese e insieme legate alla realtà del paesaggio (ritratte infatti accanto ad anfore, canne, sedili, spiagge, scogliere). Un elogio della corporeità che diventava un’esigenza artistica per delineare quel mondo panico che segnava il distacco con l’industrialismo alienante della società contemporanea. Il von Gloeden dai tratti erotici, così famoso e scandaloso, così come quello dai riferimenti bucolici e biblici (si veda la simbolica “Caino”) attirò l’ammirazione di celebri esteti quali Gabriele D’Annunzio, Eleonora Duse, Oscar Wilde, che andò a visitarlo nel suo studio posto vicino al monastero di San Domenico, così come di scrittori dal grande acume quali Roger Peyrefitte, Anatole France e Roland Barthes. Tutti sedotti da uno stile fotografico che era diventato un paradigma di arte libera, e che avrebbe trovato dopo la morte di von Gloeden una forte censura da parte del fascismo, che improntò un’azione giudiziaria contro l’allievo Buciunì, con relativo sequestro delle fotografie in suo possesso: fortunatamente il processo, svoltosi a Messina (1939-41), grazie all’intelligenza del giudice si concluse con un’assoluzione e un riconoscimento del valore artistico dello stile “vonglodiano”.
Una cifra personale che però non deve fare dimenticare così come fa intelligentemente la mostra caprese il ruolo che il fotografo tedesco ha avuto nella fotografia documentaristica, nel vedutismo mediterraneo ed esotico, nel reportage di stampo pregiornalistico dallo sguardo antropologico. Tutti filoni che lo portarono ad esporre nelle massime rassegne internazionali e ad essere inserito in collezioni importanti e ancora da scoprire come quella oggi presente al Castello Sforzesco di Milano. La Sicilia vivida immortalata da von Gloeden regala meravigliosi scorci e momenti di storia quotidiana, con i pescatori di Naxos, i commercianti del mercato di Catania, le rovine di Siracusa, i sacerdoti, i briganti, gli uomini in costume e i volti delle ragazze che sembrano quelli di madonne dagli occhi vibranti, con Taormina che diventa non solo uno sfondo ma un luogo dell’anima pronto a trasformarsi in un mito per il turismo internazionale. C’è anche spazio per due fotografie del dopo terremoto di Messina del 1908: le rovine del consolato americano ritratte dal basso e gli “orfani messinesi” laceri e incupiti abbracciati a una donna anziana, scatti che valgono più di tantissime parole e rendono davvero universale la sofferenza dei terremotati.

Le opere distrutte dai fascisti

Von Gloeden scattò oltre tremila fotografie, che alla sua morte (avvenuta a Taormina nel 1931, a 75 anni) lasciò al suo assistente e tuttofare, al suo servizio per molti anni, ovvero Pancrazio Buciunì, detto “Il Moro” per la sua pelle molto scura. L’ex aiutante proseguì nell’attività fotografica, ma ovviamente con altro spessore, e soprattutto ristampò e vendette le immagini opera del barone. Nel 1939 in pieno fascismo, molti negativi, che erano su lastra di vetro, vennero sequestrati dalla polizia di Mussolini: i soggetti scabrosi, i nudi, l’aura di omosessualità attirarono le accuse di pornografia e immoralità. Buciunì in seguito fu assolto dalle accuse, ma una grande parte dei negativi purtroppo fu ridotta in frantumi e dunque irreversibilmente perduta.

Sergio Di Giacomo

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