Ci vuole occhio per fotografare uno sguardo

arte

Vernissage, giugno 2010 – Due antologiche in contemporanea, nel Palazzo delle Esposizioni di Roma a cura di Ida Gianelli e Daniela Lancioni (sino all’11 luglio) e nella Maison Européenne Mimmo Jodice festeggia con tre mostre cinquant’anni di lavoro: «Espongo a fianco di De Chirico, per me uno spirito guida» de la Photographie a Parigi (sino al 13 giugno) e la mostra «Figure del mare» alla Certosa di San Giacomo a Capri (20 giugno – 30 agosto): Mimmo Jodice (Napoli, 1934) festeggia i suoi cinquant’anni di lavoro con una serie di riconoscimenti che ne confermano il ruolo centrale nelle vicende della fotografia italiana ed europea a cavallo tra i due secoli.

vernissageMimmo Jodice, ha notato atteggiamenti differenti nei confronti del suo lavoro a Roma e a Parigi?
Sì, è una cosa di cui mi ero accorto già dieci anni fa, quando ho tenuto la mia prima mostra alla Maison Européenne de la Photographie: in Francia c’è una cultura fotografica più diffusa, c’è più competenza, all’inaugurazione non è difficile essere avvicinati da qualcuno che ti fa notare affinità con altri fotografi, che dimostra di conoscere bene il tuo lavoro e il contesto internazionale in cui si situa. In Italia è diverso, anche perché la didattica specifica nelle scuole è meno sviluppata.

A Roma si è trovato a condividere gli spazi di Palazzo delle Esposizioni con una mostra di Giorgio de Chirico….
Si è trattato di una casualità, ma che mi ha fatto un enorme piacere. In effetti, la mia cultura è forse più pittorica, almeno originariamente, che fotografica, e De Chirico è uno degli autori ai quali mi sento particolarmente vicino. Metafisica e Surrealismo sono stati quasi delle guide spirituali per me: il senso di mistero, di inquietudine, di sospensione temporale che cerco di rendere nelle mie immagini nasce da lì.

C’è un elemento che forse può rendere esplicita questa discendenza: ormai dagli anni Ottanta, dalle sue fotografie è scomparsa la figura umana, eppure in moltissime immagini continuano ad apparire forme che rimandano a quelle degli occhi, non solo nelle statue, ma anche nelle architetture.
Sì, è vero. Anche senza rappresentare direttamente le persone, l’uomo è sempre presente nella mia fotografia, c’è un antropomorfismo di fondo che mi porta a queste rappresentazioni. Forse è qualcosa che viene anche dalla mia infanzia, una dimensione dello sguardo, del guardare e dell’essere guardati dalle cose e dal mondo, che mi appartiene. È come se, quando fotografo, qualcuno mi accompagnasse sempre con lo sguardo; per me l’occhio è un’icona che porta con sé anche dell’inquietudine, un po’ come gli sguardi che trovo nei grandi pittori del Barocco, in Caravaggio, lo sguardo della Medusa…

Lei è considerato uno dei grandi esponenti della fotografia di paesaggio italiana ed è stato uno dei protagonisti di quel «Viaggio in Italia» che alla metà degli anni Ottanta ha creato una vera e propria scuola italiana in questo genere. Eppure molti dei suoi scatti sono realizzati in interni…
Francamente, devo dire che lo spazio chiuso mi è più congeniale; dal punto di vista tecnico c’è la possibilità di controllare in maniera migliore le luci, ad esempio. Negli interni c’è più mistero, più memoria, quello spazio ha come assorbito le cose che sono accadute al suo interno, è uno spazio che mi racconta a partire da un’intimità. Lo spazio esterno è lo spazio di tutti; è, come dire, mordi e fuggi, in quello interno puoi rimanere a lungo.

Però adesso sta lavorando nuovamente sulla natura…
Sulla natura ma soprattutto sul vuoto. È il progetto che sogno da tempo: riuscire a fotografare un vuoto di presenza che sia pieno di senso. Nelle mie immagini ho sempre cercato di eliminare il superfluo, di sintetizzare, mantenendo però quel senso di mistero, di smarrimento che è essenziale nella mia poetica. Questo dipende da tanti fattori, lavoro sempre a partire da una riflessione su di un tema, poi devo cercare qualcosa che possa diventare un’immagine, a volte le trovi per caso, quasi per magia, a volte dipende anche dallo stato d’animo. In ogni caso il lavoro di preparazione, di elaborazione intellettuale ed emotiva è lunghissimo. Mi interessa poco l’attimo fuggente, mi interessa trovare quella pulizia visiva che permette anche di opporsi al frastuono, alla confusione e all’accumulazione di immagini e di cose, spesso inutili, del mondo contemporaneo.

Walter Guadagnini

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