Codice Jodice

Corriere del Mezzogiorno

10 luglio 2010 – Mimmo Jodice indossa i suoi 76 anni con l’agilità un po’ casual e la sorridente freschezza di un ragazzo. Buon per lui, in quest’estate 2010 che deve avere il sapore squisito dell’ennesimo trionfo internazionale. Un bel posto per celebrarlo è Capri, l’isola della quale il grande fotografo napoletano è ormai da diversi anni un ospite affezionato.

corriere-mezzogiornoCosì, mentre da pochi giorni si è chiusa la sua grande mostra parigina alla Maison Européenne de la Photographie, e mentre si avvia a conclusione la straordinaria antologica romana che al Palazzo delle Esposizioni ha offerto uno sguardo davvero completo sui cinquant’anni della sua attività, ecco che stasera, proprio a Capri, Jodice inaugura un’altra grossa personale, destinata a essere un appuntamento-clou dell’estate isolana: «Figure del mare». È un titolo scelto non per caso, capace com’è di tenere insieme lo spirito del luogo e la lunga fedeltà di Jodice a uno dei suoi temi prediletti, per l’appunto quell’esplorazione intorno alla cultura del Mediterraneo, alla sua radice e alla sua persistenza, che almeno dagli anni Ottanta in poi ha occupato tanta parte del suo orizzonte creativo, e che del resto Ida Gianelli, curatrice della mostra romana, ha riconosciuto come un approdo cruciale della sua carriera, tanto da dedicargli un’intera sezione dell’antologica.

«Il Mediterraneo, antico ventre e laboratorio di storia e cultura, è per me un luogo sentimentale e mentale che mi permette di recuperare e portare a piena espressione la coincidenza di immagine ed emozione che ha caratterizzato fin dagli esordi la mia ricerca», dice Jodice. Ed effettivamente, a guardare le immagini scelte con la curatrice Roberta Valtorta per la mostra caprese, si capisce che è proprio qui, tra queste figure enigmatiche di antiche statue corrose dalla salsedine, tra paesaggi tendenzialmente «infiniti» e animati, come precisa Jodice, «da un delicato viraggio e un mosso fotografico che è quasi un vento», che si gioca l’ambiziosa partita di un artista che vuole misurarsi con la dimensione del presente attraverso «d’azione congiunta della memoria e delle forme dell’arte».

“Il compagno di Ulisse”, la foto che sta sul manifesto della mostra, sembra la perfetta esemplificazione di questo programma. La sua “fisicità” si impone in modo cosÌ prepotente da renderla metafisica. La si potrebbe prendere per un quadro di De Chirico.
«Mi piace molto quest’accostamento. Così come mi è piaciuto moltissimo che al Palazzo delle Esposizioni la mia mostra si tenesse al secondo piano proprio mentre al primo c’era “La natura secondo De Chirico”. Una coincidenza incredibile: De Chirico, infatti, è stato per me una specie di guida spirituale in tutto il lavoro che ho fatto sulle città e sui luoghi. A lui ho spesso associato Magritte, altra fonte d’ispirazione continua. Per anni sono andato in cerca del loro lavoro, in Italia e in Europa. Ero partito da un’idea di fotografia come specchio della realtà, con immagini sempre nitide e distinguibili, ma ho sempre cercato di aggiungere una mia cifra, qualcosa che andasse oltre, ma così, come per un processo naturale e senza manipolazioni».

Che cos’è, una questione di attimi da cogliere o di situazioni da creare?
«In realtà non saprei dire con precisione che cos’è. Spesso è come se la realtà mi si offrisse così, come se qualcuno l’avesse predisposta per me. Uno stato d’animo del momento coincide con quello che trovo davanti a me. Bada che io non giro mai con la macchina pronta a catturare l’attimo fuggente: mi càpita però di vedere cose che, ripeto, sembrano pronte per me. A volte, non avendo la macchina, ho provato ad andare a prenderla per poi tornare sui miei passi: ormai, però, non era più così».

Forse è un atteggiamento che viene da lontano. Dai tuoi inizi da artista concettuale. In anni, i Sessanta, in cui questo lavoro prevedeva anche una sua densità “politica”.
«Sono stato il primo docente di fotografia in Italia: dal 1969, nell’ Accademia di Belle Arti di Napoli diretta da Franco Mancini. Entrai in piena contestazione, coi fascisti che venivano a far casino sotto le nostre finestre da cui magari volavano i banchi … Era quasi obbligatorio che quell’avventura partisse dai temi sociali: ma non era cronaca, piuttosto un lavoro di schedatura di un malessere. Dei nostri sogni di allora, nulla si realizzò. E da lì, da quel senso di sconfitta, di perdita, di smarrimento e silenzio, partii con le “vedute” di Napoli, che è poi l’inizio del mio lavoro attuale. La nascita del mio codice».

Quasi una progressiva sottrazione, una ricerca di essenzialità…
«Oggi il mio mare è la linea dell’orizzonte. Non c’è il turismo, non il rumore, non i luoghi caratteristici. Tutto è depurato ed essenziale. Senza tèmpo. Guarda per esempio questo trittico intitolato “Trentaremi”: sono tre immagini, potrebbero essercene altre cento o mille, l’orizzonte è infinito, l’onda arriva e si ritrae, è come un metronomo che ritma la relazione tra spazio e tempo».

Tirare fuori dalla realtà un’altra dimensione. Aggiungere qualcosa alla realtà…
«Direi di sì. E per farlo è per me fondamentale il lavoro in fase di stampa. È lì che nasce questo quid. L’ingranditore in camera oscura è stato sempre il mio giocattolo, e fin dall’inizio ho voluto giocare, perché in camera oscura scopri quello che hai fatto veramente».

La macchina fotografica digitale non la usi mai?
«Non mi appartiene. Il mio linguaggio si sviluppa in un altro modo. Vedi? Ho detto che si sviluppa. In effetti, stampo tutto da me. Anche se il formato è grande, e ho bisogno di un laboratorio esterno, ci vado di persona e seguo l’intera operazione. Non è neanche facile, ormai: si fatica a trovare i materiali, la pellicola dalla sensibilità giusta, la carta di quella certa grana … A volte penso che, con la mia età, potrò testimoniare l’estinzione di un certo modo di fare fotografia».

Intanto, adesso c’è Capri. Dove la tua mostra è soltanto il primo capitolo di un impegno più ampio.
«La Fondazione Capri mi ha chiesto di lavorare a un progetto che duri nel tempo, e io ho pensato a una raccolta fotografica storica sull’isola, ma anche a portare nuovi fotografi che possano continuare a reinterpretare Capri, e il cui lavoro sarà acquisito alla collezione».

Del resto, nella mostra alla Certosa anche tu ti hai deciso di confrontarti con l’isola.
«Sì. Ho lavorato sulle statue della Grotta Azzurra, su Villa Jovis, e poi anche sugli scogli e sul mare di Capri».

Francesco Durante

Scarica il PDF originale dell’articolo (552 Kb)

Comments are closed.