Cinquant’anni di scatti nel Mediterraneo, sempre in bianco e nero

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Luglio-Agosto 2010 – Fuori, il mare saturo di Capri. Dentro, all’ombra del chiostro, la distesa d’acqua plumbea e millenaria di Mimmo Jodice. Dal 10 luglio, nelle Stanze del Priore della Certosa di San Giacomo, è in mostra Figure del mare, raccolta di scatti realizzati dal grande maestro napoletano della fotografia che, per decenni, ha viaggiato in lungo e in largo nel Mediterraneo, dal Nordafrica fino alle coste della Turchia, alla ricerca della memoria dei luoghi, del mare interiore e ancestrale. «Nel mio, non c’è nulla che lo caratterizzi come luogo dello svago. Io voglio perdermi nel tempo e incontrare il passato».

mimmo-jodice-travellerJodice, lei è mai stato un turista?
«Se per turista s’intende una persona che si muove con aspettative precise, che “consuma” il suo viaggio, lo pianifica e lo divora, allora no, non lo sono mai stato. Ho ricordi imponenti di luoghi che non avevo mai desiderato visitare: il Kilimanjaro, che ho circumnavigato con un piccolo aereo. O la prefettura giapponese di Wakayama, con santuari in cima alle colline in cui ti imbatti all’improvviso sbucando dai boschi».

Lei fotografa il mare in bianco e nero. Come fa a resistere a quell’incredibile esplosione di colori?

«Cerco sempre un mare primitivo. Per me è un luogo dove non c’è bisogno di “fa re”, ma solo di perdersi a guardare».

In quale luogo la macchina del tempo l’ha spinta più lontano?

«Forse a Palmira, la “Sposa del deserto”, a 250 chi lometri da Damasco. Si viaggia per ore fra distese di sabbia e roccia finché appare un infinito colonnato che conduce alle rovine e al Tetrapilo. E la cosa incredibile è che l’area archeologica non è recintata e, tra le colonne, ci sono i nomadi che si riposano e i pastori con gli animali. Lì, il tempo si è fermato. Una sensazione che ho provato anche visitando il sito di Leptis Magna, in Libia».

La fusione tra acqua e pietra la ispira particolarmente?

«È una costante di tutti i luoghi che ho conosciuto e immortalato per q uesta mostra: Afrodisia, Efeso, Didima… Da questo punto di vista, la Turchia è eccezionale. Anche se forse è ancora in Libia dove ho visto la fusione più perfetta tra vestigia antiche e mare: a Sabratha, a pochi chi lometri dal confine con la Tunisia. Lì i mosaici delle pavimentazioni sembrano davvero sfiorare l’acqua».

E in Italia invece?
«Credo che gli scavi di Pompei rimangano insuperabili. Ma occorre concentrarsi sui piccoli particolari: guardare le tracce delle ruote dei carri sul selciato, l’usura dei bordi dei pozzi dove stri sciavano le corde per tirar su l’acqua. In realtà, la città sembra vivere ancora».

Spesso lei ritrae i volti delle statue. Volti spaventosi, vivi.
«Talvolta, visitando i musei si fanno incontri terribili: come quelli con le statue della collezione Farnese conservate al museo archeologico di Napoli o con quelle ritrovate sul monte Olimpo e ora custodite al museo nazionale di Salonicco. Suscitano angoscia perché nei millenni tutto è cambiato, tranne le emozioni
degli uomini».

Raffaele Panizza

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